Molti anni fa un’affermazione, semplice e potente, scosse profondamente la mia coscienza: “Un essere umano deve sapere dove sta andando.”

Da allora questa frase è rimasta dentro di me come una bussola. Ho compreso che non riguarda solo il cammino individuale, ma anche quello dei gruppi e delle Comunità che si mettono al servizio di un Proposito superiore. “Una Comunità deve sapere dove sta andando”

Senza una direzione condivisa rischia di disperdere energie, custodire forme senza rinnovare l’entusiasmo, fare molte cose senza comprendere quale futuro sta contribuendo a generare.

Oggi, per la nostra Comunità, questa domanda ritorna con forza:

Dove stiamo andando?
Quale posto siamo chiamati a prendere nel mondo?
Che cosa siamo chiamati a diventare insieme?

Viviamo un tempo segnato da incertezze, conflitti, polarizzazioni, paure collettive e grandi trasformazioni sociali, culturali e spirituali. Molte persone cercano significato, fiducia, autenticità e luoghi nei quali trovare significato.

La Comunità di Etica Vivente, il prossimo 19 maggio, celebra i suoi 45 anni di cammino: anni di ricerca, servizio, vita comunitaria, meditazione, studio, prove attraversate, intuizioni custodite, errori trasformati in apprendimento e fedeltà concreta a un proposito.

Quarantacinque anni: più che una ricorrenza da ricordare con gratitudine, sono una soglia. Ci invitano a verificare la direzione, a rinnovarla e a domandarci se ciò che abbiamo ricevuto e custodito sia oggi pronto per essere offerto con maggiore maturità, coraggio e responsabilità.

La Comunità è nata da una grande intuizione spirituale: credere possibile una vita orientata da principi superiori, fondata su relazioni più consapevoli, ricerca interiore condivisa e servizio al Bene comune.

Oggi quella stessa intuizione non ci chiede solo di essere custodita. Ci chiede di essere rilanciata, approfondita, resa più matura, più visibile, più capace di parlare al mondo.

Da qui nasce il bisogno di parlare di Vision. Cos’è una Vision? Non è uno slogan o un documento formale. È una direzione interiore, una stella polare, un’immagine viva del futuro che ci aiuta a non disperderci nelle urgenze e nelle fatiche quotidiane.

In questi mesi tutta la Comunità ha lavorato per darsi un veicolo più adatto al futuro. Con l’adesione al Terzo Settore, la Fondazione è stata individuata come lo strumento più adeguato a sostenere e manifestare il nostro servizio nel mondo. Questo ci ha impegnato molto sul piano materiale. Ma, nello stesso tempo, abbiamo custodito in gestazione la Vision dei prossimi dieci anni, che si è manifestata così:

Essere un riferimento per il mondo…

non significa di certo sentirci importanti o migliori di altri. Significa avere il coraggio e la responsabilità di prendere il nostro posto nel mondo, non per affermarci, ma per servire.

Significa riconoscere che ciò che abbiamo vissuto, studiato, sperimentato e maturato in questi 45 anni non può restare soltanto un patrimonio interno. Può diventare dono, contributo, testimonianza.

Può diventare un riferimento anche per altri gruppi, altre Comunità, altre persone in cammino che cercano modi più consapevoli, cooperativi e spiritualmente fondati di vivere, collaborare e servire.

Essere un riferimento non significa dire agli altri che cosa devono fare. Significa diventare affidabili, riconoscibili per autenticità, coerenza, profondità e amore in azione.

Il cuore della nostra Vision è questo: non diventare più visibili per essere visti, ma diventare più responsabili per servire meglio.

La Vision dice poi: incarnando i Principi dell’Etica Vivente.

Questa parola, “incarnando”, è decisiva. Non basta conoscere, studiare o citare un ideale. Occorre farlo diventare vita concreta: relazioni, decisioni, ascolto, collaborazione, cura dei luoghi, uso delle risorse, sostegno ai progetti. L’Etica Vivente diventa veramente vivente quando cambia il modo in cui guardiamo l’altro, collaboriamo, attraversiamo le difficoltà e ci assumiamo responsabilità.

E ci porta a domandarci non solo: “Che cosa ricevo dalla Comunità?”

ma anche: “Che cosa posso offrire alla Comunità e, attraverso la Comunità, al mondo?”

La Vision parla infine di semi per la Nuova Città dell’Umanità. Il seme è piccolo, umile, nascosto nella terra. Non fa rumore, non cerca riconoscimenti, eppure porta dentro di sé una promessa di futuro.

Forse anche noi siamo chiamati a essere semi per contribuire a manifestare nel futuro la “Nuova Città dell’Umanità”, che si realizza rinnovando tutti gli ambiti della vita sociale: una nuova cultura, una nuova educazione, una nuova economia, una nuova politica, una nuova guarigione, etc.

Ma un seme, per germogliare, ha bisogno di terra.

E la terra siamo noi: con la nostra disponibilità, il nostro amore, il nostro tempo, le nostre competenze, il nostro desiderio di partecipare.

Una Vision non vive da sola. Ha bisogno di persone che la custodiscano, la nutrano e la facciano “fiorire” nella vita.

La Comunità non è qualcosa fuori di noi. È un organismo vivente, e ogni organismo vive se le sue cellule partecipano alla vita dell’insieme. Per questo la Vision ha bisogno di tutti, non nello stesso modo e non con le stesse responsabilità, ma con una domanda sincera nel cuore:

Che cosa posso offrire?
Quale parte di me posso mettere al servizio del futuro comune?
Come posso contribuire affinché la Comunità prenda il proprio posto nel mondo?

Non ci viene chiesto di essere perfetti. Ci viene chiesto di esserci, con i nostri pregi e con i nostri difetti.

Con più coscienza.
Con più amore.
Con più responsabilità.

Forse oggi, dopo 45 anni, siamo chiamati proprio a questo passaggio di maturità: non considerarci soltanto custodi di una storia preziosa, ma servitori di una possibilità futura. Non limitarci a proteggere ciò che abbiamo ricevuto, ma avere il coraggio di offrirlo.

Non per affermarci, ma per servire.
Non per distinguerci, ma per contribuire.
Non per essere riconosciuti, ma per diventare riconoscibili nella qualità dell’amore, della coscienza e del servizio.

Se questa Vision ci tocca, non lasciamola restare una frase. Facciamola diventare scelta, partecipazione, responsabilità, gioia condivisa e futuro.

Siamo chiamati a essere semi.

Piccoli, forse.
Ma vivi.

E se un seme è vivo, prima o poi trova la strada verso la luce.

di Marcello Spinello